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Il lascito maggiore del nostro secolo nel campo della ricerca artistica &egra ve; senza dubbio da rintracciare nel superamento dei limiti prefissati di quelle che un tempo venivano chiamate " discipline" . Abbattere secolari e rigidi stec cati, come ben sappiamo, non è stata un'impresa facile né indolore , realizzata solo quando ai risultati già notevoli delle avanguardie stor iche europee dei primi decenni si è aggiunto, in particolare nel secondo dopoguerra, il contributo di rilievo di una nuova generazione di artisti america ni. Sotto questo profilo l'esplosione della Beat Generation è di certo qu ella che ha segnato in modo profondo non solo la proposta artistica ma anche il costume e il modo di vivere, mantenendo una vitalità che Ferlinghetti, con questo suo versante meno noto di pittore, continua a testimoniare. Questa mostra consente di scoprire, infatti, un lato nuovo e tutt'altro che secondario, della multiforme personalità di Ferlinghetti. Non soltanto poeta, libraio, editore, critico, narratore, ma anche pittore e disegnatore. Iniziative come questa confermano la vocazione del Palazzo delle Esposizioni ad illustrare sistematicamente le zone di scambio e di reciproca influenza tra discipline diverse (ma direi tra mondi diversi). Anche perché una connessione del genere sarà fatalmente lo scenario culturale della fine del millennio. Artisti totali, autori cosmopoliti e multimediali, produzioni culturali "di confine" . E ho voluto parlare di mondi diversi perché il suo apprendistato si svolge precisamente nella vecchia Europa, a Parigi, presso l'Accademia di pittura Julien e la scuola d'arte La Grande Chaumiere. Una ''formazione'' eccentrica se pensiamo che per un altro verso nella letteratura beat si condensa l'intera letteratura americana, da Thoreau a Whitman, da London a Williams e a Fitzgerald, e tutta la cultura pop, ma anche il filone europeo del decadentismo e del simbolismo francese, oltre allo zen buddista e all'esistenzialismo. E proprio in questi quadri di acceso cromatismo e di audace mescolanza di stili, presentati nella mostra (come la Liberty series e Sing Sing series) trovano una felice coesistenza le due diverse anime di Ferlinghetti, quella espressionistica, surrealista, di vertiginosa libertà creativa e quella civile "impegnata" su un piano sociale e morale, di identificazione con gli emarginati e gli sconfitti. Credo che la nostra generazione abbia in qualche modo contratto un debito con Ferlinghetti e con i suoi compagni di strada, e questa mostra - ben lungi dall'essere solo lo scioglimento di un debito - vuole essere una manifestazione di affetto e di riconoscenza, ma anche di immutata curiosità.
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