La immaginazione del disastro: sulla esperienza poetica di Ferlinghetti

In quella che resta, insieme a Starting from San Francisco (1967), una delle sue più celebri - e più belle - raccolte di poesie, e cioè A Coney Island of the Mind (1958), v'è una sezione - per la precisione la seconda, delle tre che compongono il volume - fatta di sette Oral Messages, così definiti perche, come chiarisce Ferlinghetti, quelle sette poesie "furono concepite espressamente per un accompagnamento jazzistico e come tali vanno considerate 'messaggi orali' detti in modo spontaneo, piuttosto che come poesie scritte per la pagina a stampa". C'è da aggiungere, inoltre, che il termine ''messaggio'' allude, come è ovvio, non solo alla modalità espressiva o alla natura peculiare del testo, ma anche alla funzione e alla finalità ultima di queste poesie, e cioè quelle di una comunicazione che intende essere, anche, e forse soprattutto, proclama e manifesto. Una espressione straordinaria di tutto ciò è certamente la bellissima Junkman 's Obbligato: insieme manifesto di poetica, messaggio al mondo e proclama di vita, in essa Ferlinghetti mette a fuoco il punto di svolta, e di rinascita, rispetto al proprio passato, raggiunto sia dalla sua poesia, sia dalla sua vita, e mostra con chiarezza a noi come, perché e in quale limitato punto d'incontro egli si riconobbe e s'accompagnò, per un lungo tratto di strada, alla storia umana e culturale della beat generation. Il punto d'incontro lo si vede subito: è nel rifiuto totale, netto, tagliente, della società americana post-Hiroshima, del consumismo di massa e dei suoi miti truffaldini e nella conseguente volontà di chiamarsene fuori, creando i valori, gli ideali, gli stili di vita, di una cultura 'altra', come in un incunabolo di quel più grande e variegato contesto che sarà, di lì a non molto, il Movement e la controcultura giovanile degli anni Sessanta. Questo rifiuto, tuttavia, non è stato mai, per Ferlinghetti, un punto di fuga, come per il Kerouac di On the Road, ma un gesto di rottura e sottende dunque una forma attiva, partecipata, di immersione nella realtà: ''Let us go then you and I / Leaving our neckties behind on lampposts / Take up the full beard / Of walking anarchy / Looking like Walt Whitman / A homemade bomb in the pocket. / I wish to descend in the social scale. / High society is low society, / I am a social climber / Climbing downward / And the descent is difficult.". C'è tutto Ferlinghetti in questo invito a scegliere "una anarchia vagabonda", in questo desiderio di " discesa" nella scala sociale, nel paradosso di un arrampicatore sociale "che s'arrampica verso il basso": c'è la sua ironia, innanzi tutto, ma anche il garbo e l'eleganza di un dettato poetico che mantiene intatta la sua peculiare intonazione, e dunque la sua più profonda, inconfondibile identità, anche quando - ora come nel passato - continua questa sperimentazione di nuovi stilemi e modalità del fare poesia che siano tutt'uno con una scelta esistenziale, annullando ogni contrapposizione fra vita e poesia, o meglio, trasmutandole entrambe in una utopia nel presente, emersonianamente, si direbbe, qui e ora.

E c'è, infine, non ultimo, il rimando esplicito a una tradizione letteraria non esclusivamente americana, non solo per l'evocazione, come in Allen Ginsberg, dell'immagine fraterna di Whitman, ma per la citazione eliotiana dell'attacco, una modalità della sua officina poetica che è davvero una sua cifra di sempre, anche se la citazione, modernisticamente, sarà costantemente ripresa e dislocata nella chiave ironica del frammento o del paradossale luogo comune. Gli anni, e l'ideologia, dai quali Ferlinghetti intende qui misurare una separazione e una distanza sono quelli riflessi in quello straordinario tour de force sperimentale che è il romanzo Her (1960), una narrazione allusivamente autobiografica nella quale la voce narrante, come in un ininterrotto monologo, si perde nel labirinto reale e onirico del proprio passato, dall'infanzia remota e dall'abbandono da parte dei propri genitori fino ai soggiorni europei, nella Parigi artistica dove assorbe la fondamentale lezione dei surrealisti - in molti punti, il romanzo risente infatti l'influenza della Nadia di André Breton - e in genere delle avanguardie europee in pittura e letteratura, o a Roma e Venezia, per poi far ritorno in America, e infine nella sua San Francisco, lontano da New York, dentro il mito solare e libertario della West Coast, a cui Ferlinghetti avrebbe dato il suo contributo nelle opere e in quello straordinario laboratorio del nuovo che sono state - e sono ancora - le edizioni della casa editrice City Lights. Ma pur nella sua dimensione anche angosciosamente autobiografica, Her è una narrazione che si distingue per il suo esatto contrario: e cioè per una intensità visionaria e una plasticità pittorica nelle quali sono avvertibili suggestioni compositive d'ascendenza cubista o dadaista. La voce narrante punta a uno straniamento totale, a una oggettivazione estrema anche di sé, o, come qui è detto, a quella "quarta persona singolare" (titolo, non casuale, dell'edizione francese del romanzo nel 1961) nella cui prospettiva i frammenti fantasmatici e ossessivi della propria vita interiore sono allineati allo stesso livello e nella medesima luce di quegli oggetti freneticamente accumulati e fagocitati dal passo accelerato della narrazione, tesa a inglobare la realtà intera a cui spasmodicamente si tende, come verso una riva di salvezza. Nel romanzo il protagonista è non a caso un pittore e ''quadri'' di realtà sono ancora le prime poesie di Ferlinghetti, Pictures from a Gone World (1955): quei seni di donna al centro di uno sventolare di lenzuola su tetti e di vele di navi, l'anziana coppia nella desolazione e fra i detriti del paesaggio industriale, e la poesia di Yeats in un libro trovato su una panchina della Elevated di New York, in un giorno di mezza estate, associata da allora in poi con uno sguardo sul mondo all'altezza di un terzo piano, con tutto ciò che nel movimento include e fissa: una vecchia signora che innaffia le piante, il burlone in paglietta che s'infila una spilla sulla cravatta verde menta o il tizio in canottiera che, su una sedia a dondolo, osserva il treno che passa sempre come fosse la prima volta. È questa "observation fever", per dirla con parole sue, questa febbrile volontà non solo di osservare la realtà, ma di restarle fedele, che Ferlinghetti porta in eredità dal suo rapporto con la tradizione europea, una sensibilità colta e raffinata che nettamente lo distingue dagli altri poeti beat le cui radici sono più riconoscibilmente autoctone. Certo, è una eredità spogliata d'ogni snobistico o cerebrale intellettualismo: l'augurio è, con caustica ironia, che la audeniana "Età dell'Ansia" possa "cadere morta stecchita" e che finalmente quegli "amanti in fuga sull'Urna greca" di keatsiana memoria ce la facciano, alla fine, a incontrarsi e ad abbracciarsi. In un paesaggio come quello americano che nelle sue devastazioni ricorda le scene di guerra di Goya, la "immaginazione del disastro" deve includere ora "autostrade larghe cinquanta corsie" e un "continente di asfalto" con cartelli stradali che illustrano "imbecilli illusioni di felicità". E ciononostante, la poesia non deve, questa realtà, per mostruosa che sia, soltanto illustrarla, ma accettarla per cambiarla almeno nella luce critica e straniata che vi getta. Ferlinghetti è quello ''junkman'', quel robivecchi che si muove sempre nel trovarobato della realtà, che raccoglie tutti gli scarti, i residui, le derive minoritarie del paesaggio umano e naturale dell'America, fuori dalla sua menzognera mitologia, e dalla grancassa militar-industriale. Il poeta è come quel cane che trotta libero per le strade nella poesia Dog, avvantaggiato dal suo punto di osservazione dal basso, che lo fa, lui si, "a real realist", con qualcosa di esatto da raccontare nella ironica e sghemba prospettiva da sotto in sù, attraverso la quale ci restituisce la visione del mondo. Per questo, oggetto della poesia, sono tutte "le Coney Island della mente", luoghi comuni e oggetti semplici della realtà, i soli che consentano verità, irriverenza, anticonformismo, ribellione attiva, attraverso le parole della poesia, contro il non-senso e le infinite mistificazioni che rendono astratta, e impercepibile, la nostra vera vita. Anche quando, nel corso del tempo, come è fatale, un velo di malinconia renderà un po' più opaca questa immagine utopica del ruolo della poesia e, come in Starting from San Francisco, il tema della morte affermerà la propria ineluttabile realtà di esito d'ogni cosa, Ferlinghetti ribadirà sempre l'attesa che per lui la propria poesia incarna, la sua vera ragion d'essere, e cioè quella di prefigurare una società nuova e una umanità felice, oltre ogni disincanto, e infine quella "renaissance of wonder'' che è al fondo di ogni attesa, il rinnovarsi eterno di una meraviglia nella osservazione imperterrita della realtà.

Vito Amoruso

Aprile 1996