I beats, come del resto i successivi hippies, evocano per noi qualcosa lontano anni-luce. Beat equivale a sconfitto, battuto. Se lo leggiamo come abbreviazione di beatus (secondo quanto suggerito da Kerouac), a sconfitto e a santo: a quella identificazione della santità con la sconfitta che era il loro tratto caratteristico. "Siamo tutti imprigionati e indifesi", questo il loro messaggio. Ognuno da solo, e tutti invasi dagli stessi discorsi e dagli stessi doveri, da sogni pensati da altri e infilati subdolamente nel nostro cervello: tutti uguali e tutti insieme nella solitudine. Una "folla solitaria", per usare la felice espressione di Riesman. Qui si innesta la proposta della ''beat generation". Difendersi da tutto ciò è possibile, ma a patto di allargare l' area della coscienza, di trascendere il proprio "io".

Stare "on the road" equivale a non stare da nessuna parte; a stare sempre nel presente infinitamente espanso che è il solo tempo e il solo spazio in cui ci si può sentire protetti. Per cercare continuamente un'identità, un'identità basata sulla fede (quale che sia questa fede). I giovani che si rifanno alla "beat generation" sono la prima generazione che non deve lottare per la sopravvivenza e perciò si rivolge a obiettivi di adempimento personale e di saggia convivenza. Non sono poveri, ma rifiutano la ricchezza; non conoscono le privazioni, le ricercano; non sono emarginati, si autoemarginano. Il drop-out si distingue dall'emarginato perché la sua è una scelta volontaria, mentre quella dell'emarginato è una condizione involontaria. Ebbene, dietro tutto questo e, in Italia, dietro i mutamenti di costume degli anni 60 e 70 e i festival di Castel Porziano e il boom delle letture pubbliche di poesia c'è proprio un autore come Ferlinghetti, ci sono le sue performances, i suoi monologhi, i suoi happenings, il suo recupero di una oralità, di una piena "cantabilità" della parola poetica. Questa mostra dei suoi dipinti, che rivela una nuova, straordinaria dimensione creativa di Ferlinghetti, diventa così l'occasione di un omaggio della nostra città all'autore di Una Coney Island della mente: a questo grande poeta "vagabondo", così straordinariamente e felicemente atipico.

Gianni Borgna Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Roma

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